Mercoledì scorso coworker e maker di Toolbox Coworking si sono ritrovati tutti insieme per la creazione del Toolbox Polaroid Wall. Potrebbe sembrare poco più di un modo divertente per dare una rinfrescata ai classici pecha kucha e toolbox pitch (come quello della scorsa settimana) ma si tratta in realtà di una storia molto più interessante che merita di essere raccontata: è la storia di due mondi, lontani solo in apparenza, e di come hanno imparato a parlare la stessa lingua.
Tutto inizia quando Patricia decide di dedicare la sua tesi per il master in World Heritage & Cultural Projects all'analisi dei nuovi modelli di sviluppo economico, che passano dall'incrocio di culture produttive differenti. Tra i modelli di cui vuole parlare c'è anche la collaborazione tra mondo dei maker e mondo dei coworker, e un periodo (tre mesi per l'esattezza) in Toolbox, uno dei rari esempi di coworking che ospita un fablab, sembra proprio l'idea giusta.
Patricia ha idee molto chiare, peccato che la realtà che si trova davanti agli occhi è più composita di quanto pensasse: nonostante la vicinanza fisica e culturale tra maker e coworker, i due mondi non hanno ancora fatto veri e propri progetti insieme. Si rimbocca le maniche e armata di entusiasmo e ostinazione comincia a stampare oggetti su oggetti che poi lascia sulla sua scrivania, suscitando la curiosità degli altri coworker e dimostrando che sì, dal fablab possono venire fuori cose interessanti e soprattutto utili, anche se con quel mondo non hai mai avuto a che fare prima.
Da questo avvicinamento è nato il Polaroid Wall, con le foto vintage al posto dell'hipstamatic il post-it al posto della slide, la mappa per arrivare alla scrivania al posto del biglietto da visita, frutto del lavoro congiunto di coworker come Patricia, Silvio, Daniele, e di maker come Enrico e Stefano.
Basta dare un'occhiata alle foto della serata per capire che l'idea di una parete di ingranaggi cento per cento analogici per dire cosa fai è stata un successo, ma il bello è che durante il processo creativo che ha portato al Polaroid Wall sono stati raggiunti altri obiettivi: coworker e maker hanno costruito un terreno di lavoro comune, trovato un linguaggio condiviso, e abbiamo assistito all'emergere tra le scrivanie del coworking di un'ondata di progetti con elementi maker innestati dentro.
Il fablab si è ritrovato coinvolto in una serie di progetti imprenditoriali mentre i coworker si sono ritrovati tra le mani un nuovo strumento, un alfabeto in più da spendere sui loro progetti.
C'è il progetto di Silvio e Giorgio di un food garden verticale da appartamento, quello di Edoardo dedicato all'efficienza energetica, quello di Lidia sulla realizzazione di modellini architettonici, e infine quello di Massimo sulla formazione per bambini.
E poi, c'è il Social Engine, una specie di meccanismo a parete fatto di 60 ingranaggi di tutte le forme e dimensioni, una scheda Arduino, una Raspberry e motore elettrico che si anima ogni volta che qualcuno manda una tweet a @tlbxcoworking con hashtag #gogo.
Sembra una roba facile facile pensata per attirare l'attenzione e invece significa molto di più. Nato come progetto laterale al Polaroid Wall Event (detto in soldoni, coworker e maker ci avevano preso gusto a disegnare ingranaggi e non volevano smettere) è diventato una rappresentazione perfetta della piattaforma abilitante di Tooblox.
Curiosi di saperne di più sul Polaroid Wall, sul Social Engine, sui progetti dei coworker? Patricia racconterà di questa esperienza durante la MakerFaire Europe di Roma (3-6 ottobre) domenica 6 alle 11.


