Yeti si occupa di grafica, art direction, motion graphics, interactive design. E se non ci avete capito nulla, non preoccupatevi: all'inizio è sempre così quando parli con i due Yeti, Manuela Roncon e Stefano Maccarelli, poi ti fanno vedere cosa fanno e allora capisci che sono davvero due teste di tutto rispetto, che meritano (e sicuramente ottengono) il massimo del successo. Leggete la loro intervista e vediamo se anche voi la pensate come noi.
Chi compone Yeti? Yeti è composta da Manuela Roncon e Stefano Maccarelli. Se dovessimo definirci con pochi aggettivi diremmo curiosi, entusiasti, pragmatici, poliedrici.
Una domanda sorge spontanea: ma perché chiamarsi Yeti? Lo yeti è un creatura maestosa, affascinate, che desta curiosità; è “diversamente umana” e per questo difficilmente definibile.
Noi ci proponiamo di agire in modi inaspettati, non vogliamo attaccarci ad un solo stile, ci piacciono cose molto varie e cerchiamo di far convivere la nostra natura creativa, sperimentale, sognatrice con quella più pragmatica e tecnologica, e questo ci rende difficilmente identificabili al primo sguardo.
In Italia quando si parla di design si pensa quasi esclusivamente a sedie, lampade e vasi. Niente di più sbagliato.
Che cos’è il design per voi?
Essenzialmente design è progettare qualcosa che assolva ad una funzione nel migliore dei modi, ed è progettare per la gente, non per il designer.
Ma design è anche ricerca, la ricerca e la sperimentazione ti permettono di ampliare gli strumenti a tua disposizione e di scoprire nuove soluzioni che sopperiscano meglio o diversamente ai bisogni.
Il nostro lavoro oggi è a cavallo tra design ed arte, e spazia dall'illustrazione alla programmazione, passando per art direction e interaction design, ma tutto ha una radice comune: definire un obiettivo e raggiungerlo con le modalità e gli strumenti più adatti alla situazione.
Pensate che il design debba essere utile?
Il design è utile per definizione.
Un oggetto d'arte può anche essere solo bello da vedere, ma un "prodotto" del design deve funzionare, nasce per un motivo ben preciso; le scelte estetiche non devono essere predominanti, ma complementari.
Se le tue scelte sono motivate e possono rispondere in modo semplice ed esaustivo alla domanda “perché?” vuol dire che hai progettato con criterio e che il tuo lavoro sarà sensato e funzionale.
Utilizzate strumenti tradizionali e strumenti innovativi come i software generativi o l’interaction design. Ci fate un esempio? Written Images è un progetto di arte generativa molto interessante, il primo nel suo genere.
Realizzare un'opera di arte generativa significa costruire un software che generi delle immagini basandosi su dati variabili o casuali, seguendo delle regole che impone l'artista/programmatore. É come creare il DNA di un essere vivente, che ogni volta dà alla luce una creatura simile alle precedenti ma diversa, poiché i dati che la alimentano sono sempre diversi.
Il libro Written Images raccoglierà 42 opere/software. Al momento della richiesta di stampa di una copia del libro ci sarà un'applicazione principale che lancerà le 42 applicazioni degli artisti, le quali genereranno in quel momento delle nuove immagini. L'applicazione principale raccoglierà le singole immagini, le impaginerà in un libro e manderà quest'ultimo in stampa.
Il risultato, quindi, è che chi ordina il libro avrà la sua personalissima copia, generata materialmente al momento dell'ordine.
E se non aveste fatto i designer, che cosa sareste diventati?
Manuela: A nove anni io e la mia amica del cuore giocavamo all'agenzia pubblicitaria. Lei teneva la contabilità e io facevo strampalati disegni che vendevo alle mie bambole. Si chiamava agenzia P.I.R. Problemi Irrisolvibili Risolti. Bei tempi.
Si comunque ho sempre avuto le idee molto chiare sull'argomento. Ho considerato anche altri lavori come la psicologa o l'avvocato, ma poi ho scelto la cosa che mi eccitava di più, rispondendo alla domanda: Cosa vuoi fare per tutta la vita?
Stefano: Io credo che non avrei potuto fare altro. Non posso neanche definirmi designer in senso stretto, ho degli ambiti di interesse molto ampi e distanti.
Mi sarebbe piaciuto fare l'illustratore, o il pittore, ma mi sarebbe mancata la parte progettuale ed informatica, d'altro canto se avessi fatto solo il programmatore mi sarei annoiato a morte.
Come avete conosciuto Toolbox?
Abbiamo conosciuto Toolbox attraverso un nostro amico, anche lui graphic designer.
Pochi giorni prima di venire a conoscenza dell'apertura di Toolbox, discutevamo proprio sul coworking, essendo a conoscenza di quelli esistenti all'estero, ci chiedevamo quando ne avrebbe aperto uno a Torino e... detto fatto!
Qual è l'aspetto che vi piace di più del lavorare in Toolbox? La luce. Qui ce n'è moltissima, per me é un quesito fondamentale. Quando il tuo lavoro si basa sulla creatività avere uno spazio così ampio, luminoso e colorato la produttività si setta subito sul canale giusto!
E poi naturalmente i coworker e la gestione. Le persone sono importanti, la gente stizzosa non se ne accorge ma rovina le giornate agli altri, io sono qui da un po' di tempo e devo dire che ho conosciuto davvero delle belle persone.
Per voi coworking significa...
Condivisione. Oggi la condivisione é il vero valore aggiunto di un'impresa.
Non intendo solo la condivisione degli spazi, ma quella del pensiero e a volte del lavoro, se c'è una cosa che ho imparato è che se non ci si lascia contaminare si rischia di diventare pericolosamente fuori dal tempo.
Info e contatti Yeti:
web: www.weareyeti.com
mail: m.roncon@weareyeti.com
Toolbox #: desk 6D